Il Carnevale di Ovodda, conosciuto localmente come su Carrasegare ovoddesu, è uno dei riti carnevaleschi più crudi e autentici della Sardegna. Un carnevale che non cerca approvazione, non si piega al turismo di massa e non accetta regole esterne.
E soprattutto, si celebra quando altrove tutto è già finito: il Mercoledì delle Ceneri.
Ho partecipato a questo evento per la prima volta nel 2025 e devo essere sincera, ha suscitato in me sentimenti contrastanti, per cui non ero sicura di volerne parlare sul blog. Inoltre lo scorso anno ci sono state numerose polemiche su questa manifestazione da parte di alcuni animalisti e attivisti. Ma poi ho pensato che é giusto raccontare la Sardegna per quello che è, senza filtri, mostrando anche le cose meno belle.
Ora vi starete chiedendo: e che succederà mai in questo carnevale? Continuate a leggere fino alla fine perché ci arriviamo tra poco.
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Cos’è il Carnevale di Ovodda (su Carrasegare ovoddesu)
Il Carnevale di Ovodda è un rito collettivo che affonda le sue radici in un tempo in cui il Carnevale non era intrattenimento, ma sovvertimento dell’ordine.
Non esistono documenti ufficiali che ne attestino l’origine anche se si ipotizza che potesse essere una ribellione contro un prete feudatario chiamato Don Conte. Costui una volta trasferitosi a Ovodda ne assoggettò la popolazione che dopo aver subito tante ingiustizie, decise appunto di farlo fuori dandogli fuoco e buttandolo giù da un ponte.
Le sue particolarità di questo evento rispetto ad altri carnevali sardi sono che:
- Si svolge il Mercoledì delle Ceneri, giorno che nella tradizione cristiana segna l’inizio della Quaresima. Una scelta che non è casuale, ma profondamente simbolica. Il fatto di festeggiare in un giorno considerato proibito dall’autorità ecclesiastica ribadisce quanto il suo intento sia anarchico e irriverente.
- è un carnevale per così dire spontaneo, che si svolge ogni anno senza che sia il Comune e o altre istituzioni a organizzarlo. Inoltre a mantenerlo così autentico, c’è il fatto che non venga pubblicizzato. Nasce e si mantiene ancora oggi come rito per gli Ovoddesi e non per piacere al grande pubblico.
- non ci sono carri allegorici veri e propri, fatta eccezione per il carretto di Don Conte. I travestimenti sono improvvisati e spontanei, ognuno si veste da ciò che vuole, non ci sono vere e proprie regole. Alcuni seguono don Conte, altri vanno in giro per il paese a chiedere la questua e altri ancora vanno in giro senza una vera e propria meta.
- il vino è condiviso come rito sociale. Il vino gira di mano in mano, offerto senza chiedere nulla in cambio. Non è consumo individuale, ma condivisione. Un atto che scioglie le distanze, abbassa le difese, crea comunità. Noi abbiamo provato a rifiutare ma siamo stati guardati malissimo! Non accettare un bicchiere di vino in Barbagia è alla pari di un offesa personale.
- si conclude con il sacrificio finale di Don Conte, di cui ti parlo nel prossimo paragrafo.

Le maschere del Carnevale di Ovodda
La maschera di Don Conte
Se volessimo fare un parallelismo con altri carnevali sardi, potremmo citare il Carnevale di Tempio Pausania, di cui ho scritto in questo articolo. Infatti come a Tempio c’è Re Giorgio, anche qui un personaggio-fantoccio viene scelto come capro espiatorio, colpevole di tutto i mali del paese e quindi messo alla gogna.
A Ovodda c’è Don Conte che più che un personaggio è un corpo simbolico. Una presenza eccessiva, scomposta, volutamente ambigua. Il volto non ha una forma stabile. Cambia di anno in anno, come se il Carnevale si rifiutasse di fissarsi in un’immagine unica.
I tratti sessuali maschili sono accentuati fino al grottesco anche se a volte viene rappresentato come un’ermafrodita. Indossa una tunica ampia e colorata che nasconde ventre innaturalmente gonfio, fatto di stracci e materiali poveri, costruiti attorno a un’anima di ferro. Viene modellato con ciò che si trova: sughero, cartapesta, baffi posticci, frammenti assemblati senza cercare armonia. . È un corpo che fa ridere e insieme mette a disagio, perché porta in scena l’eccesso, la caricatura, la deformazione come linguaggio.
Don Conte viene trascinato per le vie del paese su un carretto, spesso guidato da un asino, carico di ortaggi, pelli d’animali, oggetti privati della loro funzione. Scarti, residui, simboli di un mondo contadino che per un giorno si concede il diritto di prendersi gioco di sé stesso. In questo passaggio lento e rumoroso, Don Conte diventa il Carnevale fatto carne: un corpo collettivo destinato a essere consumato, deriso e infine lasciato andare.

Sos Intintos e Sos Intinghidores
Sos Intintos non sono delle vere e proprie maschere carnevalesche, ma uomini con la faccia dipinta di nero con un misto di fuliggine e olio. Questi personaggi portano in giro il carretto di Don Conte e sono vestiti anch’essi di abiti vecchi, stracci e pezzi di vecchie lenzuola e portano i cambales, ovvero i gambali di cuoio tipici dell’abbigliamento pastorale barbaricino.
Ovviamente se pensate di scamparvela e rimanere puliti lasciate ogni speranza o voi che entrate! Preparatevi a essere “dipinti” anche voi in viso! Alcuni dei figuranti infatti si definiscono Intinghidores e i loro compito è colorare il viso dei passanti con una pasta di sughero bruciato chiamato zinziveddu, che viene mischiato a olio o altro materiale vischioso. E’ un gesto rituale che accoglie i visitatori alla festa.

Come si conclude il Carnevale di Ovodda
Il momento più simbolico del Carnevale di Ovodda è la morte di Don Conte, il fantoccio che incarna il Carnevale stesso.
Il poveraccio, dalle prime ore del pomeriggio, è trascinato per le vie del paese dove viene processato, maltrattato, deriso. A tarda sera infine il corpo viene bruciato. È la materializzazione del caos, dell’eccesso, di tutto ciò che deve finire. La sua uccisione non è spettacolo, ma necessità rituale e liberatoria.
Con la morte di Don Conte il Carnevale muore davvero. Non simbolicamente, ma concretamente. Il caos viene sacrificato per permettere il ritorno all’ordine.
Polemiche e riflessioni sul Carnevale di Ovodda
E qui veniamo al fatto per cui, come ti ho scritto all’inizio, ero indecisa se scrivere o meno su questo carnevale.
Prima di tutto, da persona sensibile quale sono, vedere durante la festa carcasse di pecore sui carretti e pezzi di budella e ossa di animali sparsi per il paese è stato un pugno nello stomaco. Anche vedere alcune persone in groppa agli asini visibilmente in sofferenza è stato davvero brutto.
Il fatto che molti fossero alticci e in preda a una sorta di follia carnevalesca dove l’istinto primordiale prevaleva sulla ragione è stata un’altra sensazione negativa che ho provato. Magari sto invecchiando?
Ma l’edizione 2025 del Carnevale di Ovodda è stata anche oggetto di critiche e polemiche da parte di alcuni animalisti, in particolare di Enrico Rizzi, un animalista e influencer molto attivo sui social. Lui ha criticato ferocemente questo evento, dicendo che le carcasse di animali esposte in bella vista erano il segno di una società non evoluta e che maltratta ancora oggi gli animali, con la scusante della tradizione. Potete immaginare il polverone che si è sollevato tra i suoi seguaci e invece molti sardi che si sono offesi a morte per questa sua uscita.
Alcuni si sono difesi dicendo che i corpi degli animali morti erano comunque destinati al macello e che non hanno subito ulteriori sofferenze. Altri sardi hanno preso le distanze da questa usanza, affermando che il mondo agropastorale invece rispetta gli animali e non ne deve fare spettacolo in questo modo.

La vera domanda per me quindi è: fino a che punto possiamo accettare la violenza e l’orrido con la giustificazione che si tratta di tradizioni?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, scrivimi nei commenti!
Fonti: Sardegna Cultura, Vistanet


